
Alle 5:29 del 16 luglio 1945 il deserto del New Mexico diventò per pochi secondi una stanza senza pareti: luce bianca, sabbia trasformata in vetro verde, un’onda d’urto che arrivò prima della piena comprensione di ciò che era appena accaduto. Quel primo test atomico, nome in codice Trinity, non appartiene a Exhuma in senso narrativo, ma offre una chiave sorprendentemente vicina al film di Jang Jae-hyun: il suolo può conservare una violenza storica più a lungo degli uomini che l’hanno prodotta, e quando qualcuno decide di smuoverlo non riporta in superficie soltanto terra.
Exhuma, titolo internazionale di Pamyo, è un horror sudcoreano del 2024 scritto e diretto da Jang Jae-hyun, già autore di The Priests e Svaha: The Sixth Finger. Presentato nella sezione Forum della Berlinale e uscito in Corea del Sud il 22 febbraio 2024, dura 134 minuti, è distribuito da Showbox, ha musiche di Kim Tae-seong e riunisce Choi Min-sik, Kim Go-eun, Yoo Hae-jin e Lee Do-hyun. La domanda critica è semplice solo in apparenza: siamo davanti a un film di possessioni e tombe maledette, oppure a un racconto sul modo in cui una nazione continua a inciampare nei propri morti quando la storia coloniale non è mai stata davvero sepolta?
Contesto e regia: Jang Jae-hyun scava nel genere
Jang Jae-hyun costruisce Exhuma come una procedura. Prima ancora dell’orrore, ci sono il sopralluogo, il compenso, il controllo del luogo, la lettura dei segni, la scelta del giorno, il rito, la bara, la cremazione, il dubbio se fermarsi. Il film segue una squadra di specialisti: la sciamana Hwa-rim, il suo assistente Bong-gil, il geomante Sang-deok e il becchino Yeong-geun. Ognuno porta un mestiere, non un semplice archetipo. Questa concretezza è decisiva, perché impedisce al folklore di restare una cartolina esotica: il soprannaturale entra attraverso professioni, tariffe, attrezzi, abitudini e responsabilità.
La regia procede per accumulo più che per scossa immediata. Jang preferisce far sentire il peso delle decisioni: la montagna vicino al confine, la tomba sistemata in un punto sbagliato, il vento che sembra non voler attraversare il terreno, il legno della bara, il fumo del rituale, le mani che puliscono e spostano ciò che dovrebbe restare immobile. Il film è accessibile anche a chi non conosce nel dettaglio il muismo coreano o il pungsu, ma non li svuota per renderli generici. Li usa come grammatica del conflitto, lasciando che il pubblico impari i gesti guardandoli accadere.
Il legame con Trinity funziona come risonanza, non come sovrapposizione forzata. Fatto: il 16 luglio 1945 l’esplosione nel Jornada del Muerto inaugurò l’era nucleare. Testimonianza: scienziati, militari e abitanti descrissero una luce innaturale, l’onda d’urto e una nube di cui non compresero subito tutte le conseguenze. Leggenda: attorno al deserto atomico sono cresciuti racconti di vetro maledetto, animali mutati, presagi e fantasie apocalittiche spesso prive di prova. Interpretazione: Exhuma lavora sulla stessa ferita culturale, il momento in cui un luogo smette di essere neutro e diventa archivio contaminato.
Messa in scena: terra, legno, sangue e coordinate
La qualità più forte del film sta nella sua materia. La terra non è fondale: è peso, odore, resistenza, colpa. Le pale che aprono il sepolcro, le corde tese, i guanti sporchi, i chiodi, il sangue animale del rituale, i talismani, le lanterne e il legno della bara compongono un repertorio di dettagli che resta addosso più di molte apparizioni. Jang sa che l’horror di una esumazione nasce dal paradosso: aprire una tomba significa compiere un gesto tecnico, quasi amministrativo, ma anche violare l’ultima promessa di stabilità fatta a un corpo.
La fotografia di Lee Mo-gae alterna spazi aperti e interni compressi con grande controllo. La montagna non è pittoresca: è un luogo verticale, freddo, sospeso, dove la profondità del paesaggio aumenta l’isolamento dei personaggi. Gli interni, invece, trattengono il fiato. Stanze d’albergo, obitori, corridoi e ambienti rituali diventano zone di transito, mai luoghi davvero protetti. Quando il film entra nella seconda metà e cambia scala, il
Non tutto è invisibile o suggerito. Exhuma sceglie anche momenti di spettacolo, immagini frontali, presenze più dichiarate. La sua ambizione popolare è evidente: vuole essere un grande horror da sala, non un esercizio minimalista. A tratti questa generosità può sembrare eccessiva, perché la prima parte, più rituale e investigativa, possiede una tensione quasi perfetta. Ma il film ha il merito di non confondere l’escalation con il caos: quando alza il volume, continua a interrogare il rapporto tra corpo, storia e territorio.
Nel film il rito non è decorazione folklorica: campanelli, guanti, carta, mappe e oggetti funebri diventano strumenti per leggere una ferita nascosta nel terreno.
Suono e musica: Kim Tae-seong tra rito e minaccia
Le musiche di Kim Tae-seong lavorano bene perché non appiattiscono Exhuma su un unico registro. Il film passa dal thriller occulto al dramma storico, dal rituale collettivo alla paura fisica, e la partitura sostiene queste variazioni senza trasformarle in una playlist di effetti. Nei momenti migliori, il suono sembra provenire dalla materia stessa: campanelli che tagliano l’aria, tamburi, passi sul terreno, respiro trattenuto, legno che risponde al movimento, silenzi che arrivano subito dopo una parola sbagliata.
Il lavoro sonoro è essenziale anche per la dimensione sciamanica. Il rito non viene filmato come una parentesi spettacolare da consumare in fretta; ha ritmo, fatica, ripetizione
Temi e lettura critica: colonialismo, genealogia, contaminazione
Il nucleo di Exhuma è il passato che pretende una posizione nel presente. La famiglia che chiede aiuto ai protagonisti crede di avere un problema privato, genealogico, quasi domestico: un antenato inquieto, una discendenza malata, una tomba da spostare. Ma il film allarga progressivamente il perimetro. La sepoltura sbagliata non riguarda soltanto un lignaggio; rimanda a una ferita più grande, alla memoria dell’occupazione giapponese della Corea e alla possibilità che la violenza politica sia stata piantata nel paesaggio come un chiodo.
Qui Jang trova il suo passaggio più interessante. L’horror non serve a illustrare una tesi già pronta, ma a rendere fisica una domanda: che cosa succede quando un paese eredita simboli, confini, nomi e corpi disposti da qualcun altro? La tomba diventa un dispositivo di lettura. Sopra c’è una storia familiare, sotto un’altra, più profonda e più feroce. L’immagine del terreno stratificato evita la metafora scolastica perché resta legata a oggetti concreti: un sepolcro, una bara, una creatura, un nome, una coordinata, un osso, una lama.
Il film distingue abbastanza bene i piani senza fare lezione. Il fatto storico della colonizzazione giapponese e delle sue conseguenze culturali è il fondale reale; la testimonianza interna al racconto passa attraverso personaggi che leggono segni, ricordano procedure e temono ciò che il luogo comunica; la leggenda prende forma nelle spiegazioni rituali, negli spiriti, nelle maledizioni e nelle credenze che circondano il corpo sepolto; l’interpretazione critica nasce dall’intreccio di questi livelli. Non serve credere letteralmente al demone per comprendere la verità emotiva del film: certi traumi, se compressi sotto terra, non spariscono, cambiano pressione.
Locandina e immagine pubblica
La locandina ufficiale verticale di Exhuma, separata dalla fotografia editoriale di questa recensione, comunica con efficacia la promessa commerciale del film: volti riconoscibili, oscurità, terreno, minaccia, un’idea immediata di mistero occulto. È importante che resti nel suo spazio dedicato, perché la cover di un articolo critico non deve imitare il poster né sostituirlo. La locandina vende l’incontro con il film; la recensione deve invece soffermarsi sulle sue procedure, sui suoi oggetti e sulla qualità del suo scavo simbolico.
Il cast contribuisce molto a questa doppia natura, popolare e stratificata. Choi Min-sik dà a Sang-deok una gravità stanca, pratica, mai puramente eroica. Yoo Hae-jin introduce un equilibrio umano che impedisce al gruppo di diventare una squadra astratta di funzioni. Lee Do-hyun porta fragilità e tensione fisica al personaggio di Bong-gil. Kim Go-eun, però, è il vero centro magnetico: Hwa-rim non è una “medium” generica, ma una professionista giovane, esposta e credibile, capace di attraversare sicurezza e terrore senza perdere autorità scenica.
Verdetto
Exhuma è uno degli horror recenti più compatti nel tenere insieme spettacolo, ritualità e memoria storica. Non è impeccabile: la seconda parte, più esplicita e mitologica, può dividere chi preferiva la tensione investigativa dell’inizio. Ma la sua forza sta proprio nell’ambizione di non restare piccolo. Jang Jae-hyun prende un gesto apparentemente circoscritto, l’apertura di una tomba, e lo trasforma in un confronto con ciò che un paese conserva sotto la propria superficie.
Il risultato è un film lungo ma raramente dispersivo, sostenuto da attori solidi, da una messa in scena tattile e da un uso del folklore che non sembra intercambiabile. Come il deserto di Trinity dopo il lampo del 1945, la terra di Exhuma non torna mai davvero innocente: può essere coperta, comprata, misurata, benedetta o rimossa, ma porta ancora il segno di ciò che l’ha attraversata. Il verdetto è netto: un horror storico e rituale da vedere, soprattutto per chi cerca paura non come trucco momentaneo, ma come pressione del passato sul presente.


