
Alle sette in punto, nella sala da tè della pensione Marebasso, la signora Verri dispose dieci tazze sulla tovaglia pulita. Fuori, il mare batteva contro gli scogli bassi con un rumore di stoviglie rotte; dentro, il pavimento di legno era umido di sale e scricchiolava anche quando nessuno lo calpestava.
Io avevo controllato il registro due volte. Nove ospiti. Nove chiavi appese dietro il banco. Nove firme gonfie d’inchiostro sulla pagina del lunedì. Eppure la decima tazza, quella con una crepa sottile vicino al manico e una macchia di rossetto color ruggine sul bordo, era già calda prima che l’acqua bollisse.
«La tolgo?» chiesi.
La signora Verri non mi guardò. Allineò i cucchiaini con il dorso dell’unghia, uno dopo l’altro, fino a farli puntare tutti verso la credenza. La credenza stava contro la parete più interna della sala, alta e scura, con due sportelli di vetro annerito. Dietro il vetro c’era uno specchio vecchio, più opaco al centro, come se qualcuno ci avesse respirato sopra per anni senza mai pulirlo.
«Non si tolgono le tazze già contate» disse.
Gli ospiti entrarono pochi minuti dopo, portando con sé il freddo del corridoio e l’odore dei cappotti bagnati. C’erano i coniugi Aliprandi, che parlavano sempre a mezza voce e non finivano mai le frasi. C’era il signor Muti, rappresentante di medicinali, con una tosse secca che sembrava finta. C’erano due sorelle di Parma, identiche solo da lontano; una teneva il lutto al collo con una spilla d’argento, l’altra rideva prima ancora di capire le battute. C’erano un professore in pensione, un ragazzo con le mani rovinate dalla pesca, una vedova che non lasciava mai la borsa sulla sedia e un uomo arrivato senza bagaglio, registrato come D. Rinaldi.
Nove. Li contai mentre prendevano posto. Li contai ancora mentre la signora Verri versava il tè.
La decima sedia restò vuota, vicino alla finestra chiusa. Eppure la tovaglia, in quel punto, aveva già un alone rotondo, scuro al centro, come se una tazza vi fosse rimasta appoggiata per ore.
«Aspettiamo qualcuno?» domandò la vedova.
«No» rispose la signora Verri.
«Allora perché dieci?»
La proprietaria sorrise con la bocca soltanto. «Perché alle sette la stanza è sempre piena.»
Il signor Muti rise, ma la sua tosse gli morì in gola. La decima tazza aveva cominciato a fumare. Non molto: un filo sottile, appena visibile nella luce gialla delle lampade. Il ragazzo pescatore allungò una mano per toccarla; prima che potesse sfiorare il bordo, un cucchiaino tintinnò.
Non era il suo. Non era di nessuno. Tutti avevano le mani ferme.
Il suono venne dal posto vuoto.
Da quel momento nessuno parlò più del tempo. La sala sembrò rimpicciolirsi intorno alla tavola. Il mare, fuori, si fece più basso, come se qualcuno avesse chiuso una porta anche là. Io restai in piedi accanto alla credenza con la teiera tra le mani, e fu allora che vidi lo specchio.
Non rifletteva la stanza come avrebbe dovuto. Nello specchio, la tavola era completa.
Le nove persone sedevano al loro posto, rigide e pallide nella superficie macchiata. Ma accanto alla finestra, dove nella stanza vera non c’era nessuno, nello specchio si vedeva una decima figura. Non un fantasma bianco, non un volto disfatto: solo una presenza seduta con la naturalezza di chi ha pagato la pensione e aspetta di essere servito. Il braccio era piegato. La mano teneva il cucchiaino. Mescolava lentamente.
Giro. Giro. Giro.
Il rumore arrivava nella sala vera.
La tazza crepata perse un dito di tè senza che nessuno l’avesse sollevata. Il livello calò, lasciando una linea bruna sulla porcellana. La sorella con la spilla se ne accorse per prima e sussurrò qualcosa all’altra, che questa volta non rise. Il professor Gaddi si alzò per guardare meglio lo specchio, ma la signora Verri gli posò una mano sul polso.
«Seduto» disse.
Non fu un ordine forte. Fu peggio: fu un’abitudine.
«Che cos’è?» chiese D. Rinaldi, l’uomo senza bagaglio.
La signora Verri lo guardò come se solo allora si fosse ricordata che anche lui aveva una voce. «È la sala da tè.»
«Io vedo qualcuno.»
«La sala vede meglio di noi.»
La vedova strinse la borsa al petto. «Io non resto qui.»
Si alzò, ma la sua sedia non fece rumore. Nessun cigolio, nessun attrito sul pavimento. Per un istante parve leggera, quasi disegnata. Poi nello specchio, al posto vuoto, la decima figura smise di mescolare e voltò appena la testa.
Non aveva un volto proprio. Aveva quello della vedova, ma più quieto. La stessa ruga tra le sopracciglia, la stessa bocca sottile, lo stesso cappello nero posato sulle ginocchia. Nella stanza vera, la donna rimase in piedi. Nello specchio, era seduta.
La tazza crepata si sollevò di un centimetro.
La vedova urlò e ricadde sulla sedia. Il tè traboccò dalla sua tazza, non dalla decima. Una macchia scura le corse verso il polso come una lingua. Io feci un passo avanti per aiutarla, ma la signora Verri mi fermò con il gomito.
/uploads/api/2026/09/inline-mid-article-4-medium.webp«Non interrompere il servizio.»
Avrei voluto chiederle da quanto tempo durava quella cosa. Avrei voluto sapere perché non avesse venduto la pensione, bruciato la sala, murato la credenza. Ma c’era qualcosa nella disposizione delle tazze che rendeva inutili le domande. Ogni oggetto sembrava sapere il proprio posto meglio di noi. La tovaglia, i cucchiaini, la teiera, il vetro annerito: tutto obbediva a una contabilità più antica del registro.
Il signor Muti cercò di fare l’uomo pratico. Disse che era un gioco di luce, che gli specchi deformano, che le case vecchie restituiscono immagini rimaste impigliate. Parlava e intanto guardava la decima tazza. Quando allungò la mano per spostarla, il suo cucchiaino cadde a terra.
Nello specchio, però, non cadde. Nello specchio il cucchiaino rimase tra le dita della figura seduta accanto alla finestra. La figura aveva il volto del signor Muti. Mescolava. Sorrideva con una pazienza terribile.
«Non la vuole» sussurrò una delle sorelle.
«Chi?» chiesi.
«La casa. Non vuole lui.»
Come lo sapesse, non lo chiesi. Forse lo avevamo capito tutti: il decimo posto non cercava soltanto un corpo. Provava i presenti come si prova una chiave in una serratura. Uno dopo l’altro, la figura nello specchio prese i volti degli ospiti. Il professore, la sorella con la spilla, il ragazzo pescatore, il signor Aliprandi. Ogni volta la tazza crepata si scaldava di più, ogni volta il tè calava e poi tornava al livello iniziale, come un respiro.
Quando nello specchio apparve il volto di D. Rinaldi, la sala cambiò.
Non fu un colpo di vento. Non fu un grido. Fu una specie di sollievo. Le lampade smisero di tremare. Il mare tornò a battere contro gli scogli. La decima tazza rimase sospesa a metà tra il piattino e una bocca che nella stanza vera non esisteva.
Rinaldi si portò le mani al viso. «Io non sono lui» disse.
La signora Verri abbassò gli occhi sul registro, che io avevo lasciato aperto sul carrello. La pagina si increspò come bagnata. L’inchiostro della firma D. Rinaldi cominciò a sciogliersi, ma non scomparve: si spostò lentamente, lettera dopo lettera, fino a formare un altro nome.
Dario Renzi.
Il ragazzo pescatore impallidì. «Renzi era quello della camera sette.»
«La camera sette è vuota» dissi, senza sapere perché lo dicevo.
La signora Verri mi guardò finalmente. Nei suoi occhi non c’era paura. C’era stanchezza. «È vuota da nove anni.»
Rinaldi — o Renzi — si alzò. Questa volta la sedia fece rumore, un lamento lungo sul legno umido. Corse verso la porta, ma la porta dava ancora sulla sala. Corse verso la finestra, ma fuori non c’era il mare: nello specchio, vidi una spiaggia di notte e un uomo fradicio che bussava al vetro della pensione con le nocche già blu.
«Non sono tornato qui» disse lui.
Nessuno rispose.
La decima tazza si posò da sola. Il cucchiaino batté tre volte sul bordo: una, due, tre. Poi la sedia vuota accanto alla finestra arretrò quel tanto che bastava per accogliere qualcuno.
Rinaldi smise di correre. Si voltò verso la tavola con un’espressione quasi riconoscente, come chi, dopo aver camminato per anni sotto la pioggia, vede una luce accesa e capisce di essere arrivato. Fece due passi. Poi altri due. Sedette al decimo posto.
Nella stanza vera, la sedia era ancora vuota.
Nello specchio, era occupata.
Gli ospiti non gridarono. Fu questo il peggio. Le urla avrebbero lasciato almeno una traccia, un disordine. Invece la sala si richiuse con delicatezza. La sorella senza spilla chiese se poteva avere altro zucchero. Il professor Gaddi riprese a parlare del tempo. Il signor Muti tossì. La vedova allentò le dita sulla borsa.
Io guardai il registro. I nomi erano nove. D. Rinaldi non c’era mai stato.
Solo la decima tazza restava sul tavolo, vuota fino all’ultima goccia, con la macchia di rossetto color ruggine sul bordo. Quando provai a prenderla, era tiepida come una mano appena lasciata.
La signora Verri la lavò da sola, dopo che gli ospiti furono saliti nelle loro camere. Non usò sapone. La passò sotto l’acqua calda, la asciugò con un panno bianco e la ripose nella credenza, davanti allo specchio. Il vetro annerito restituì per un istante la sua immagine: una vecchia proprietaria stanca, una sala vuota, dieci sedie ordinate.
Poi, dietro di lei, nello specchio, Dario Renzi sollevò la tazza pulita in segno di saluto.
Al mattino c’erano nove ospiti a colazione. Nove tazze sulla tavola, nove chiavi dietro il banco, nove firme sul registro. La decima era chiusa nella credenza, appena lavata, ancora tiepida dietro il vetro scuro.
La pensione Marebasso non ospitava fantasmi. Faceva tornare i conti.


