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Il profilo Anastasia_1918

Un profilo inattivo dal 2009 ricomincia a pubblicare foto di una ragazza in stanze sempre più antiche, fino a trasformare la leggenda di Anastasia in una richiesta di riconoscimento.

Pubblicato 17 Luglio 2026 13:09 7 minuti di lettura
Il profilo Anastasia_1918

La prima foto comparve alle 00:17 del 17 luglio, ma il profilo risultava fermo dal 2009. Si chiamava Anastasia_1918, aveva un avatar grigio grande quanto un francobollo e nessuna biografia, solo una riga lasciata vuota sotto il nome. Nell'immagine si vedeva una scrivania moderna: un portatile acceso, un bicchiere con tre dita d'acqua, una presa multipla gialla e, appoggiato accanto al touchpad, un medaglione d'ottone tanto ossidato da sembrare pescato dal fondo di un fiume. La didascalia era una domanda sola: mi riconoscete?

All'inizio pensai a un esperimento di nostalgia macabra, uno di quei progetti che usano date storiche e fotografie finte per raccogliere commenti. La notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, Nicola II, Alexandra e i figli Romanov furono uccisi a Ekaterinburg: un fatto documentato, ricostruito da rapporti, indagini e testimonianze, poi trascinato per decenni dentro la leggenda della sopravvivenza di Anastasia. Il profilo prometteva proprio questo punto pericoloso: non dimostrare che qualcuno fosse tornato, ma costringere chi guardava a scegliere se un'immagine potesse chiedere memoria.

Il primo aggiornamento

Scorsi i vecchi post. Erano sette, tutti del 2009, tutti fotografie sfocate di oggetti qualunque: una tazza bianca, una finestra con la neve, un tappeto arrotolato, la copertina di un quaderno universitario. Nessuno aveva commentato. Nessuno aveva messo un like. Il profilo sembrava abbandonato da una persona viva, non costruito da qualcuno per sembrare antico. Poi, alle 00:31, comparve una seconda foto. La stessa scrivania era ancora lì, ma il portatile sembrava più spesso, la plastica più vecchia, e il bicchiere non era più un bicchiere: era un calice basso, scheggiato sul bordo. La presa multipla gialla era sparita. Sul legno restava un segno rettangolare, più chiaro, come se un oggetto moderno fosse stato appena sollevato.

La nuova didascalia diceva: non quel nome. Sotto, un utente scrisse che si trattava di intelligenza artificiale. Un altro chiese quale filtro fosse. Io salvai entrambe le immagini e le aprii affiancate. Il graffio sul piano della scrivania coincideva alla perfezione, ma il resto arretrava di qualche decennio. La lampada alogena della prima foto diventava una lampada da tavolo con paralume verde. Il muro, prima bianco e scrostato, si copriva di una carta da parati color salvia. Il medaglione d'ottone, invece, non cambiava. Restava nella stessa posizione, con la cerniera rivolta verso il portatile, come un piccolo animale morto che si rifiuta di essere spostato.

Stanze sempre più vecchie

All'una e tre minuti arrivò la terza immagine. Non mostrava più il portatile. Al suo posto c'era una macchina da scrivere nera, lucida sui tasti più usati, e dietro la macchina una fotografia di famiglia rovesciata a faccia in giù. La stanza era illuminata da una candela corta, consumata fino a formare una pozza di cera sul piattino. Il pavimento non era più laminato, ma assi larghe, scure, leggermente incurvate. La didascalia: se leggete, avete già visto. Qualcuno nei commenti riconobbe il riferimento alla cantina di Casa Ipatiev, qualcun altro corresse con tono irritato: non era una stanza da romanzo gotico, ma il luogo reale di un'esecuzione, e parlarne come di un enigma social era indecente.

Fu il primo commento sensato, eppure nessuno lo ascoltò. Il profilo continuò a pubblicare ogni diciassette minuti. Una sala con tende pesanti sostituì l'angolo della macchina da scrivere. Poi una camera con il letto stretto, una valigia di cuoio aperta, un guanto da ragazza piegato sul cuscino. Poi un corridoio con le pareti nude e una sedia senza seduta. Ogni foto conservava un oggetto della precedente, ma degradato: il bicchiere diventava calice, il calice diventava tazza di porcellana, la tazza diventava un frammento in una bacinella. Era come guardare una casa ricordare se stessa al contrario, togliendo un anno a ogni respiro.

Alle 02:12 comparve il primo volto. Non era al centro. Si intravedeva nello specchio ovale appeso dietro la porta, una ragazza pallida con i capelli raccolti male, il collo troppo rigido, gli occhi bassi. La qualità dell'immagine era moderna, crudele, piena di dettagli: la polvere sul vetro, una crepa sottile nello smalto della cornice, il riflesso di una mano appoggiata al bordo della porta. Non sembrava un fantasma. Sembrava qualcuno entrato per sbaglio in una fotografia che non voleva più lasciarlo uscire.

Tavolo d'archivio in penombra con buste sigillate e una tazza incrinataOgni nuovo scatto sembrava spostare la stanza indietro nel tempo, lasciando dietro di sé un solo oggetto riconoscibile.

La domanda nel medaglione

A quel punto scrissi al profilo. Non so perché. Forse perché la domanda iniziale continuava a sembrarmi rivolta a una persona precisa, e l'algoritmo aveva deciso che quella persona fossi io. Digitai: chi dovremmo riconoscere? Il messaggio risultò consegnato subito, senza l'orario di lettura. La risposta arrivò dopo meno di un minuto: chi resta quando il nome è stato usato da troppi. Non era una frase da bot; era peggio. Era una frase che sapeva quanto il mito di Anastasia fosse stato consumato da impostori, medium, romanzi, film, reliquie dubbie, speranze politiche e dolore privato. La leggenda della figlia sopravvissuta era stata smentita dalle identificazioni genetiche, ma non per questo aveva smesso di funzionare. Alcune storie non chiedono di essere vere: chiedono solo un corpo su cui continuare.

Alle 02:29 il profilo pubblicò un dettaglio del medaglione aperto. Dentro non c'era una miniatura, né una ciocca di capelli. C'era un rettangolo nero, sottile, simile a una microSD, incastrato dove avrebbe dovuto stare il ritratto. La didascalia diceva: archivio. Nei commenti, ormai centinaia, la gente litigava. C'era chi elencava fonti storiche, chi accusava il profilo di sfruttare un massacro, chi chiedeva tutorial, chi scriveva solo il proprio nome seguito da un punto interrogativo. Io ingrandii l'immagine finché lo schermo non mostrò soltanto il bordo interno del medaglione. Sul metallo, graffiata con qualcosa di appuntito, compariva una parola in francese: reconnais.

La cantina non era una prova

L'ultima fotografia arrivò alle 03:23. Non mostrava più stanze aristocratiche né oggetti da collezione. Era una cantina bassa, intonaco scrostato, pavimento sporco, una lampadina nuda che non illuminava abbastanza. In fondo, vicino al muro, c'era una fila di sedie. Nessun corpo, nessun sangue, nessuna teatralità: solo un vuoto così ordinato da risultare offensivo. La didascalia era diversa dalle altre, più lunga: il fatto è accaduto. la testimonianza lo ricorda. la leggenda mi presta un nome. voi mi date una faccia. Lessi quelle parole tre volte, e ogni volta mi sembrarono meno soprannaturali e più colpevoli.

La cosa terribile non era credere che Anastasia fosse tornata. Era capire quanto facilmente desiderassimo che tornasse, purché lo facesse in una forma condivisibile, commentabile, archiviabile. Il profilo non chiedeva fede: chiedeva partecipazione. Ogni screenshot, ogni ipotesi, ogni correzione storica, ogni insulto aggiungeva un mattone alla stanza. Il massacro restava un fatto, la sopravvivenza una leggenda, ma tra i due si apriva un terzo spazio, alimentato da noi: il bisogno di riconoscere un volto anche quando la storia ha già chiuso la porta.

Alle 03:40 ricevetti un secondo messaggio privato. Diceva: adesso tocca a te. Sotto c'era una miniatura non ancora pubblicata. La aprii e vidi la mia stanza, il mio tavolo, il mio portatile acceso sulla pagina del profilo. Il bicchiere con l'acqua era accanto alla mano destra. La presa multipla gialla correva sotto la scrivania. Il medaglione, però, non era nell'immagine che avevo davanti: era nella fotografia, appoggiato al mio touchpad. Mi voltai verso il tavolo solo dopo aver sentito il clic minuscolo della cerniera che si apriva.

Dentro il medaglione non c'era una memoria, né un volto. C'era una superficie scura, lucida, abbastanza piccola da riflettere un occhio alla volta. Sullo schermo, il profilo pubblicò l'ultima didascalia prima di tornare inattivo: non sono lei. sono il posto che lasciate aperto. Poi l'avatar grigio sparì, i vecchi post del 2009 tornarono muti e la pagina segnalò nessuna attività recente. La foto della mia stanza rimase online per diciassette minuti esatti. Ricevette migliaia di commenti. Quasi tutti facevano la stessa domanda, e nessuno sembrava accorgersi che, per rispondere, stavano già guardando troppo a lungo.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.